Fabrizio De André
[...] l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste [...]
[...]l'illusione
di poter partecipare in qualche modo a un cambiamento del mondo.[...]
Io
sono un borghese. Sono nato in un ambiente borghese, ho vissuto a contatto
con una società borghese, ho avuto amici borghesi. Canto quindi
davvero le malattie della borghesia, anzi, la mia malattia di borghese.
[...]
la storia di un uomo molto buono la cui madre, andata sposa ad un uomo
molto vecchio, si era fatta mettere incinta da un uomo misterioso e presumibilmente
bellissimo, e comunque giovane, credendolo un angelo.
Non
c'è speranza nell'uomo se non nell'amore che uccide l'odio, nella
carità che uccide cupidigie, e rancori, e ingiustizie. I potenti
rammentino che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal
potere, ma dal piacere di donare. La morte è rimorso per chi non
ha saputo aprirsi, in vita, alla compassione.
[...]
hanno la faccia solcata da rughe che sembrano sorrisi e, qualsiasi cosa
tu gli confidi, l'hanno già saputa dal mare.
All'età
di tre anni (pag.194)
subito dopo le nozze con Maria (pag.96)
Perché fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti nostrani c'era una bella differenza: lui combatteva per una realtà integrale piena di perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere.
quando ho scritto (pag.103)
[...] l'invidia, che
è la molla che spinge l'uomo a competere con gli altri per superarli,
e la scienza, che anziché porsi al servizio dell'uomo è sempre
più al servizio di chi lo domina.
[...] per il quale il
paradiso terrestre è qualcosa come il cinema dei telefoni bianchi
ai tempi del fascismo, o delle reti mediaset dell'era Berlusconi: un mondo
di sogni nel quale rinchiuderci per non permetterci di vedere la realtà
[...]
[...] e il medico che
voleva curare i suoi malati gratis, trasgredendo le regole del sistema[...]
[...] e infine il suonatore
Jovà, che rifiuta di fare della musica un mestiere perché
così seppellirebbe la libertà...[...]
[...] io credo che senza
umiltà non si possa intraprendere nessun tipo di lavoro [...]
Se non avessi conosciuto
le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie. [Francesco
De Gregori]
[...]libertà
e [...] fantasia, continuamente minacciate di morte dalla nostra civiltà,
ma indistruttibili nella coscienza dell'uomo.
Non avevo mai trovato
l'incoscienza, la fede o la chiarezza di idee sufficienti a tradurre l'intenzione
in fatti.
Le parole sono affascinanti
proprio perché cambiano continuamente significato. Specie nei dialetti:
la bellezza degli idiomi locali è la loro mobilità. Basta
un chilometro di distanza e la parola se ne esce storpiata e rinnovata.
Le lingue nazionali
in confronto con quelle dialettali sono morte, non si rinnovano e non si
modificano. per questo uso spesso il dialetto: è una rivincita.
Perché il dialetto non va a morire ma riemergerà, dal disastro
del capitalismo, nelle isole spontanee dei contadini, dei pescatori, di
chi lo sceglierà come codice, magari carbonato, dell'economia del
dono" che già si annuncia.
[...] i personaggi che
detengono il potere con tutta la loro arroganza e i loro cattivi esempi.
La poesia e la canzone
non hanno mai goduto di tangibili privilegi. Non esiste quindi una genetica
mancanza di ispirazione, quanto la scarsa considerazione da parte dei contemporanei
che ingenerano in molti artisti una profonda sfiducia nel loro lavoro.
Gli uomini sono tutti potenziali artisti, ma devono fare i conti
con esigenze di vita che con il tempo si sono moltiplicate, trasformando
semplici orpelli in insopprimibili necessità.
Per gli artisti troppo
ricchi vale il contrario. E nel nostro tempo, cantanti ed autori ne sono
un innegabile esempio: avendo troppo coltivato il gusto del superfluo e
dato eccessivo riscontro alla parte più rozza della loro esistenza,
hanno perduto, insieme al rispetto per la propria arte, il gusto e la capacità
di esercitarla.
[...] i potenti della
finanza, della politica e dell'industria, gli intellettuali di regime,
i boss dello stato-mafia, tutti quei personaggi ingombranti che impediscono
al popolo di vedere la verità.
[...] non per fuggire,
ma per ritrovare la campagna. L'erba, il fieno, la terra, quel certo tipo
di luna molto meno diafano, molto più carnale di quella che ci appare
in città [...]. E gli stronzi di vacca che diventano legno, sotto
al sole. E il dialetto, che rende più saporite anche le bestemmie
più limpide.
Il meglio della cultura
viene sollecitato da persone che si trovano in minoranza e che proprio
per i loro doni vengono emarginate e all'occorrenza perseguitate.
Certo, è vero,
gli zingari rubano. neanche loro possono sottrarsi a quell'impulso di saccheggio
che è nel DNA della razza umana. Però non mi è mai
capitato di leggere o sentire di uno zingaro che abbia rubato tramite banca.
[...] rifiuto dell'identità
anagrafica, cioè del personaggio costruito da un'autorità
che vuole imporre a ciascuno di stare al mondo o al proprio posto; la solitudine,
che in questo caso consiste in una scelta autonoma, consente di non stare
nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni
di parte é uno stato di tranquillità dell'animo che permette
di abbandonarsi all'assoluto, alle sue immagini e alle sue voci, interiori
ed esterne, senza marchi posticci.
Non tutti gli individui
conviventi in una micro o macro società sono disposti a trasformare
il disagio in sogno. Laddove "la corsa del tempo spariglia destini e fortune"
mettendoli a continuo confronto nella condivisione di uno spazio ristretto,
nasce l'invidia; la disamistade (letteralmente inimicizia in
dialetto sardo), la faida, nasce dal desiderio irrealizzabile di fermare
il tempo e di eliminarlo per riportare il mondo a una ipotetica condizione
originaria in cui tutti siano uguali. La faida consiste nel paradosso di
ammazzare l'ultimo assassino, e l'autorità interviene quasi sempre
a sproposito, giudicando frettolosamente in base a testimonianze equivoche
e penalizzando innocenti che, scontata una pena ingiusta, diventano i nuovi
luttuosi protagonisti della carneficina.
Solo nell'isolamento
delle remote province
dell'impero, dove i
casolari sembrano naufragare nello sterminato concerto della natura, ci
si può ancora mettere d'accordo. Lì, l'autorità del
controllo centrale non arriva, e fra gente semplice e comunque distante
al punto che l'incontro viene vissuto con l'entusiasmo di un avvenimento,
il contratto si può instaurare senza acrimonia, seguendo la consuetudine
di alcuni rituali ricchi di rispetto e grazia, e quindi di poesia[...]
Stiamo vivendo in una
società costruita per anziani ricchi e non per giovani volonterosi.
Ci mancavano anche le scoperte della Montalcini, così adesso i vecchi,
oltre che a diventare vecchissimi, rimangono anche abbastanza lucidi da
non consentire alcun ricambio generazionale tenendosi avvinghiati fino
alla morte a qualsiasi tipo di attività che potrebbe essere con
maggior profitto esercitata dai giovani. Giovani che rimangono disoccupati,
nell'impossibilità materiale di formarsi e mantenere una famiglia:
e a quei pochi che riescono a trovare un lavoro è assolutamente
vietato anche solo pensare di potersi acquistare una casa a breve termine.
Se tutto andrà bene pochi di loro la compreranno verso i 50 anni,
sulla soglia della vecchiaia, appunto.
Se dovessi definirmi
da un punto di vista religioso direi di considerarmi un animista. Credo
cioè che esista uno spirito, un'anima in tutti gli uomini, gli animali,
i vegetali e gli stessi oggetti, per il fatto stesso che tali oggetti sono
o sono venuti in contatto con lo spirito di un essere vivente; in alcuni
casi questi oggetti sono stati addirittura "costruiti" dagli esseri viventi
e ne riproducono in qualche maniera l'essenza spirituale: per questo motivo
ho sempre molto rispetto anche delle cose, degli oggetti e mi dispiace
danneggiarli o romperli. per questo sono contrario al consumismo: la super
produzione industriale svilisce il valore dell'oggetto e ne facilita la
distruzione. Questo mio animismo non è da confondere con l'immanentismo
di Spinoza, il quale partendo dal concetto, o meglio dalla fede di Dio
asseriva che Dio stesso è in tutte le cose. Io non mi pongo il problema
di Dio ma quello dello spirito che gli esseri viventi dimostrano di avere
attraverso il loro comportamento. E' la comunicazione tra questi esseri
dotati di spirito con le cose inanimate che conferisce loro una porzione
di spirito o di più spiriti. Tutti questi frammenti contribuiscono
a creare un grande spirito, un grande respiro animistico di cui tutti facciamo
parte. Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola
comoda [Wittgenstein], da tutti comprensibile ma in effetti mi rivolgo
al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di
spiritualità dell'Universo.
è un sollievo di lacrime ad invadere gli occhi e dagli occhi cadere...