NON LAVORAZIONE
 
 

 Quanti anziani marchigiani vediamo tornare ai loro paesini
 d'origine in questi ultimi anni. Chissà se li riconoscer
 anno ancora, dopo trent'anni di lavoro in Belgio o in
 Australia. Sono solo alcuni dei tanti che abbandonarono in
 massa le campagne delle Marche nel secondo dopoguerra. Dagli
 anni 50 iniziò ad estinguersi la presenza capillare del
 contadino sul territorio agricolo, e con lui incominciarono
 a sparire il filare, l'olmo, la vite e l'ulivo isolati. I
 casolari cadenti restano a testimoniare la loro antica
 presenza. Ancora fino agli anni 70 le Marche esportavano
 cavolfiori e pomodori ricercati in tutta Europa. I vagoni
 partivano a decine, stracarichi, dalla stazione di Jesi.
 Oggi lo scalo merci é alla morte completa nel settore. Per
 il comparto della produzione orticola le Marche erano una
 regione fondamentale in Italia. Oggi, le aziende sopravis
 sute, spesso sono organizzate alla giornata, ognuno va per
 la sua strada, nell'assenza di uno spirito di corporazione,
 senza assistenza né organizzazione. Spesso nelle aziende
 orticole gli operatori sono privi di una anche minima
 preparazione in materia, cosa che li espone, non di rado, a
 sonore fregature, quando la loro attività li porta a
 lavorare come pazzi tutto l'anno per ritrovarsi alla fine
 con un utile reale di poche lire. Dal territorio della
 Vallesina é scomparsa la rete di fossi e scolini, abbandon
 ati col tempo perché la loro manutenzione costava una
 lavoro faticoso che il terzista di oggi non ha nessuna
 intenzione di portare avanti. I risultati di questa rivolu
 zione compiutasi silenziosamente negli ultimi trent'anni
 sono sotto gli occhi di tutti: strade che franano su colline
 sempre più brulle, il cui terreno é sottoposto a lavora
 zioni e ritmi di lavorazione forsennati. É sufficente un
 acquazzone e tutta la terra migliore si muove, scende
 lentamente ma inesorabilmente verso il piede dei nostri
 colli finendo a fondo campo. Assistiamo ad un compattamento
 eccessivo del terreno, sempre più vulnerabile alle piogge
 che se lo trascinano via. I campi collinari non percolano
 più la pioggia a causa della troppa lavorazione subita e
 questo é il terreno ideale per le alluvioni. In
 un'ostentata indifferenza verso la natura del terreno si é
 giunti all'utilizzo di trattori da 180 cavalli ed aratri a 4
 vomeri. Ma cosa si é ottenuto? Con i metodi impostisi dopo
 la seconda guerra, e con l'uso di macchine sempre più
 pesanti, si comprime il terreno, e più passaggi si operano
 per le differenti lavorazioni, più si altera la sua
 struttura deteriorandolo. Raramente, per evitarlo, vengono
 utilizzati pneumatici larghi a bassa pressione. Nelle cam
 pagne marchigiane, ormai, detta legge il lavoro del ter
 zista, di colui che lavora per conto terzi con una menta
 lità efficentistica per nulla protezionista. Passare anche
 20 volte sullo stesso suolo é nell'interesse del terzista:
 é tutto lavoro retribuito. L'egoistico interesse economico
 va a danno del terreno e dell'ambiente in genere e dunque
 della collettività nel senso più ampio. Il terzista
 preferisce la terra retta per far lavorare il trattore il
 più a lungo possibile. Cosi` abbiamo ottenuto una conforma
 zione del terreno a misura di trattore, di macchina agri
 cola, non più dell'uomo. Spesso il terzista lavora come ad
 una catena di montaggio. Non tiene conto del fatto che
 occorre lavorare con il tempo adatto il terreno che non
 dev'essere né secco né bagnato. Se il terreno é troppo
 umido la lavorazione lo deteriora e una cattiva lavorazione
 lo può distruggere anche per un anno. E' facile notare,
 nelle giornate piovose, i trattori tirare sù un'unica
 zolla, un salamone di terra lungo dalla cima della collina
 al fondo. É uno dei risultati che si ottengono portando
 agli estremi le tecniche di lavorazione. Oggi però anche
 nelle Marche, come in altre regioni d'Italia, in ritardo
 rispetto a molte nazioni, si stanno introducendo tecniche di
 non lavorazione del terreno. Un esempio può essere la
 diffusa coltivazione che alimenta lo zuccherificio della
 SADAM: quella della barbabietola: questa, una volta cavata,
 lascia il terreno praticamente intatto. Invece di compiere
 tutte le usuali lavorazioni, come l'aratura, l'estirpatura,
 l'erpicatura, (con erpici da 40 denti) é possibile passare
 direttamente alla semina. É definita "semina su sodo" e
 richiede un solo passaggio. In questo modo si dà e si
 mantiene la struttura fisica del terreno che non solo
 l'acqua ma anche il vento tende ad impoverire portandosi via
 la terra migliore. É un uovo di Colombo: evitando la
 lavorazione l'azienda risparmia denaro, mantiene integra la
 struttura del terreno, non cala la produzione e opera una
 semina diretta producendo in pratica gli stessi quintali
 senza le precedenti lavorazioni. É vitale per la nostra
 regione collinare tutelare il mantenimento del suolo per
 evitare l'erosione. Il problema dell'erosione e delle allu
 vioni che ne conseguono, é, ovviamente, in collina, non in
 pianura. É quindi un problema specifico delle Marche. C'é
 da tener conto che anche le stagioni sono cambiate ed
 abbiamo ottenuto maggiori periodi di siccità. Si ara a
 luglio e ad agosto voltando un'enorme massa di metri cubi di
 terra che causa l'evaporazione di una quantità molto
 elevata d'acqua, e mentre in Puglia ed in Sicilia si
 raccoglie, nelle valli dell'Esino, del Musone e del Misa,
 con un po' di siccità tutto si ferma. Paolo Ispano, perito
 agrario, racconta del micidiale scontro con la mentalità
 del contadino in occasione dei primi esperimenti di non
 lavorazione nelle Marche. "C'era una vera e propria arena
 attorno al campo. Uno stesso terreno veniva diviso in due
 parti di cui una sottoposta alla non lavorazione.  Non
 c'erano sostanziali differenze tra le due parti, semmai
 quella sottoposta alla non lavorazione dava qualche quintale
 di grano in più rispetto a quella che aveva subito tutte le
 tradizionali lavorazioni. I terreni trattati con la semina
 su sodo rendono sempre un po' di più. Altra caratteristica
 importante: le piante ottenute sono più basse e si evita
 cosi` l'allettamento". Bisogna purtroppo registrare una
 forte ignoranza tra gli addetti all'agricoltura. I contadini
 marchigiani spesso ignorano molte proprietà e caratteri
 stiche di ciò che piantano: per esempio che ogni qualità
 di grano ha le sue caratteristiche genetiche ed una sua
 taglia, e che occorre tenerne conto per attuare la scelta
 più propria al microclima e al terreno. Le analisi chimiche
 sulla composizione dei terreni, se escludiamo le aziende
 vitivinicole, sono pressoché sconosciute. Non é difficile
 notare, se ci fate caso, le masse di grano piegate e cadute
 a terra al primo temporale. Occorre una difesa agronomica
 dall'allettamento, sono necessarie quantità differenti di
 azoto per le diverse qualità piantate, e invece, si
 raggiunge spesso una bassa qualità e si raccoglie male.
 Perché non rivedere le tecniche di lavorazione? Gli spag
 noli ("chissà se hanno la ruota" mi ha detto un agricol
 tore) sono molto più progrediti sotto questo aspetto
 perché non possiedono l'ostacolo rappresentato in Italia da
 una tradizione ottusa. Per una modernizzazione intelligente
 e non selvaggia, la tradizione può essere uno scoglio duro.
 Oggi, comunque, nelle Marche eistono già migliaia di ettari
 lavorati con la semina su suolo duro: quello che negli USA
 si é iniziato a fare negli anni 30, in Italia é arrivato
 negli anni 90. Purtroppo, non é difficile  incontrare
 coltivatori di peperoni, pomodori o meloni che non sono in
 grado di distinguere un fungo da un insetto e di conseguenza
 tra un insetticida ed un funghicida. Per alcuni aspetti,
 rispetto alla Spagna, siamo all'età della pietra. Sono
 necessarie una diversa cultura, un'altra educazione per
 preservare il territorio collinare delle Marche dal depaupe
 ramento e dalla distruzione. E chi come Danilo Mattei della
 Cooperativa Moderna di Serra de' Conti ha avuto il coraggio
 di sostenere la derisione di chi gli diceva scandalizzato:
 "ma guarda cosa tocca vede'", ha avuto la sua soddisfazione
 quando, giunta l'ora della trebbiatura, gli stessi increduli
 se ne sono andati con la coda tra le gambe.
 

L'ULTIMO MOLINO DI JESI




 Già nel medioevo la Vallesina era disseminata di mulini che
 sorgevano lungo il corso del fiume. Alcuni di questi appartene
 vano agli Urbani, una famiglia di mugnai che ha sulle spalle
 qualcosa come 360 anni di attività. Oggi, gli ultimi due
 continuatori della dinastia che iniziò la sua attività in un
 molino sotto Sant'Elena, si caricano sulle spalle i pesanti
 sacchi di farina nell'ultimo molino rimasto attivo a Jesi ormai
 ai suoi ultimi giorni di vita.
 A fatica si riesce a scorgere la vecchia scritta MOLINO
 COOPERATIVO che campeggia sulla facciata consumata dal sole
 nella rumorosa via setificio. Dove adesso sfrecciano le
 automobili, all'inizio del secolo, quando il mulino nacque,
 l'aria, libera dai gas di scarico, era percorsa dal suono degli
 zoccoli e dalle urla, dai canti e dalle battute dei carrettieri.
 Non c'erano camion furgoni o apetti, ed i pesanti sacchi di
 polvere bianca venivano caricati su carri di legno tirati da
 cavalli. In via setificio, oltre alle cinque filandre che si
 riempivano di donne che invadevano le vie con le loro chiacchere
 ed i loro canti, dove oggi c'é una bottega da falegname, c'era
 un facocchi, quello che costruiva e riparava birocci e carretti.
 Dentro al molino stesso c'era una stalla apposta dove le bestie
 venivano ristorate e fatte riposare mentre si riempivano i
 sacchi e si caricava il carretto. "Andare al molino era una
 festa   racconta Sandro' con gli occhi lucidi traballando di
 contentezza al ricordo   se fadigava tre volte tanto ma c'era
 più allegria. Ogni occasione era bona pe' fa' festa. Il con
 tadino che veniva a macinare il grano, portava pure 'na bottija
 de vi'. Poi se scherzava e se rideva. Che tipo di scherzi?
 domando al grosso mugnaio   "Tanti. C'era sempre voja de
 scherza'. Me ne vie' in mente uno: avevamo n'operaio una volta,
 e siccome c'era solo una retina alle finestre, quando passava
 uno tutto vestido be', je faceva piove addosso na nuvola de
 farina! Questo entrava tutto rabbito, ma l'operaio s'era
 nascosto e noi tutti se ridea sott'ai baffi! De scherzi se ne
 facea tanti. Adesso non c'é più".
 Poco più avanti c'era Lugo', una ditta di trasporti in piena
 regola il cui parco macchine non era composto di camion ma di
 carri e grossi cavalli da tiro. Sandro' é del '33, Aureo del
 '25. Il molino gli Urbani l'hanno preso nel '40 dopo che i
 fascisti avevano sciolto la cooperativa che lo gestiva
 dall'inizio del secolo. Gli originari palmenti di pietra (che
 Aureo si vuole portare in campagna, quando il mulino chiuderà,
 per continuare a macinare in proprio!) vennero sostituiti negli
 anni '60 con cilindri metallici che permettono la produzione di
 tutti i vari derivati. Aureo, l'anima ed il tecnico del molino,
 racconta che al tempo dei palmenti la farina era unica,
 integrale, semmai veniva setacciata dopo, e fa qualche
 considerazione: "lavoravamo quasi solo per conto terzi, i
 contadini ci portavano il loro grano, noi macinavamo, e loro si
 portavano via la farina. Tutti si facevano il pane in casa. Era
 tutta n'antra cosa. Adesso si usano i diserbanti ed il concime
 chimico, una volta c'era solo quello biologico, il letame
 insomma. Dai 18 quintali di grano di una volta siamo passati ai
 60 per ettaro di oggi. É aumentata la quantità, ma la farina
 nun sa più de gnente! Una volta il sapore era tre volte tanto!
 Quando il contadino facea il pane, se sentia il profumo lontano
 un chilometro! Adesso le campagne si sono svuotate, dopo la
 guerra tutti sono corsi in città. Una vera politica agricola
 non c'é mai stata. Gli appezzamenti si sono estesi ma non
 vengono lavorati dal contadino stesso con la sua cura
 particolare. Le campagne erano un giardino. Ora i canali
 d'irrigazione sono abbandonati, gli alberi vengono tagliati per
 far passare le grosse macchine agricole, i pozzi della zona sono
 avvelenati dai diserbanti. Siamo passati da un tipo di cultura
 ecologica in cui si produceva poco ma buono, ad una industriale
 che dà tanto ma cattivo". Che attività vi é rimasta? "Sul
 grano tenero siamo rimasti gli unici in Vallesina. C'é un'altro
 molino a Pianello, acquistato dalla Barilla, ma lavora grano
 duro. In origine era degli Urbani anche quello. Adesso ci
 limitiamo a fornire farina a qualche forno e pizzeria in città.
 Compriamo un quintale di grano a 40.000 œ e vendiamo un quintale
 di farina a 50.000. Non ci sono più margini per continuare. Poi
 i nuovi discount hanno fatto un casino. Vendono a 390 lire un
 chilo di farina quando a noi un chilo di grano costa 400. Poi ci
 sono troppe spese e magri guadagni. Con un giro d'affari di
 qualche centinaio di milioni, solo di commercialista ne
 spendiamo una quindicina. Non ci possiamo neanche più
 permettere un'operaio e facciamo tutto da soli. Per il nostro
 allaccio da 60 kilowatt, l'ENEL ci chiede 360.000œ al mese solo
 di canone! Come se tutto questo non bastasse ci capita anche di
 prendere 1.800.000 lire di multa per un'imprecisione della
 scritta sui sacchetti di farina per polenta. C'é più
 sensibilità per la grammatica che per una vita di fatica
 onesta! Fino a qualche anno fa ci venivano a trovare le
 scolaresche e noi spiegavamo ai bambini come nasce la farina".
 Non vengono più? "Già da qualche anno non viene più nessuno.
 Penso che ci siano tanti bambini che non sanno nemmeno come si
 fa la farina e tutte le cose che si ricavano dai cereali". Cosa
 pensate di farne? "Noi siamo vecchi. Cerchiamo di vendere e
 torniamo in campagna, a macinare il nostro grano e a fare il
 pane col forno a legna". Cosi` Jesi sta perdendo il suo ultimo
 molino. Assieme a lui se ne va anche un museo di macchinari
 preziosi che raccontano una pagina importante dell'economia e
 della vita della sua valle. Un pezzo di archeologia industriale
 che potrebbe essere usato non solo a fini didattici ma i cui
 locali potrebbero ospitare un'attività che renda possibile la
 sua manutenzione. Ma come il piccolo museo della civiltà
 contadina del bar Trieste, l'amore per la cultura e la terra
 Jesina, sembra appartenere solo all'iniziativa di qualche
 privato ed essere assente dai programmi di amministratori
 pubblici cosi` occupati a promuovere l'immagine della città
 all'estero da perdere di vista i tesori che stanno perdendo a
 casa propria.


 
 
 
 

appunti da sviluppare:
 
 
 
 
 

evviva!
possiamo costruire case dappertutto

anche in mezzo ad un  bosco

sopra una collina

tra verdi campi

in riva ad un fiume

in una bella posizione panoramica!

e migliaia di deficenti come noi possonoo farlo

finché non esisterà più campagna, più bosco, più collina, più fiume, più posto panoramico

che non sia stato riempito dagli squallidi edifici di noi piccoli borghesotti che abbiamo qualche centinaio di milioncini messi da parte dal nonno e dal papà in un secolo di fatiche

e con cui possiamo farci una bella casetta con TV per starci con la fidanzata!

ristrutturare i  bellissimmi casali che ancora popolano le nostre campagne?

nooooooooooo!
quella è roba da tedeschi!

vendiamole tutte ai tedeschi le nostre case di campagna più belle
 

noi siamo specializzati nella costruzione di squallidissime cagatine di cemento provviste di tetto.

Che ce importa se sono un pugno nell'occhio? che ce importa se deturpano per sempre luoghi che hanno impiegato secoli per diventare così incantevoli?

ma a noi checceimporta se non ce dice niente nisciuno vol di che se pole fa'

e se nun è edificabile......'na strada se trova sempre, basta che ce sia un pollaio, poi ce famo la casa......

eppoi, mica c'hqavemo colpa noi se tutta la Vallesina è piena de case costruite de quà e de là senza gusto

senza pudore

senza rispetto de gnente?

noi n'avemo fatta una sola!
che colpa c'havemo se de cojioni come noi ce n'èa centinaia?