LUDWIG FEUERBACH
DAS WESEN DES CHRISTENTUMS
(pag.54-62)
L'ESSENZA DEL CRISTIANESIMO


Una coscienza così ristretta, non ingannevole e infallibile proprio per la sua ristrettezza, proprio per questo, non la chiamiamo coscienza ma istinto. La coscienza nel senso stretto del termine e la coscienza dell'infinito sono inseparabili. Una coscienza limitata non è coscienza, la coscienza è essenzialmente di natura onnicomprensiva e illimitata. La coscienza dell'infinito non è nient'altro che la coscienza dell'infinitezza della coscienza stessa. Oppure: nella coscienza dell'infinito, l'infinitezza della propria coscienza è l'oggetto dell'essenza di colui che è cosciente.

Ma cos'è l'essenza dell'uomo? di cui egli è cosciente, ossia, che cos'è che costituisce la specie, la vera e propria umanità nell'uomo? La ragione, la volontà, il cuore. Ad un uomo completo appartengono la forza del pensiero, la forza della volontà, la forza del cuore. La forza del pensiero è la luce della conoscenza, la forza di volontà è l'energia del carattere, la forza del cuore é l'amore. Ragione, amore e forza di volontà, sono totalità, sono le forze più elevate, sono l'essenza assoluta dell'uomo in quanto uomo, e il fine  della sua esistenza. L'uomo è fatto per riconoscere, per amare , per volere. Ma qual'è lo scopo della ragione? La ragione. Dell'amore? L'amore. Della volontà? La libertà di volere. Noi conosciamo per conoscere, amiamo per amare, vogliamo per volere, ossia, per essere liberi. Un'essenza autentica è un'essenza pensante, amante, volente. Vero, completo, divino, è solamente ciò che sta intorno alla propria volontà. Ma così è l'amore, così la ragione, così la volontà. La trinità divina nell'uomo, sopra l'individuo umano c'è l'unità di ragione, amore e volontà. Ragione (forza d'immaginazione, fantasia, rappresentazione, opinione), volontà, amore o cuore, non sono forze che l'uomo possiede - visto che non è nulla senza di esse, egli è ciò che è solo attraverso di loro - questi sono gli elementi fondanti la sua essenza che egli non possiede né produce, poteri che lo comandano, lo decidono, lo dominano - poteri divini assoluti, ai quali non può opporre alcuna resistenza. Come potrebbe l'uomo pieno di sensazioni, opporsi alla sensazione, quello che ama all'amore, il ragionevole alla ragione? Chi non ha conosciuto il potere schiacciante dei suoni? Ma il potere dei suoni, che cos'è di diverso dal potere delle sensazioni? La musica è la lingua delle sensazioni - il suono la sensazione sonora, la sensazione che comunica se stessa. Chi è che non ha provato il potere dell'amore o non ne ha almeno sentito parlare? Chi è più forte? L'amore o il singolo essere umano? è l'uomo ad avere l'amore, o non è piuttosto l'amore ad avere l'uomo? Quando l'amore muove l'essere umano, perfino con gioia, ad andare alla morte per l'essere amato, questa forza che vince la morte è la propria forza individuale o non è piuttosto la forza dell'amore stesso? E chi, che abbia ragionato veramente, una qualche volta, non ha provato il potere del ragionare, il potere naturalmente silenzioso e privo di rumori del ragionamento? Quando t'immergi in profonde meditazioni, dimenticando te stesso e ciò che ti è intorno, stai dominando la ragione o non sei invece tu stesso ad essere dominato e a farti inghiottire da lei? L'entusiasmo scientifico, non è forse il trionfo più bello che la ragione celebra su di te?
La sete di sapere non è forse un potere difficilmente contrastabile che tutto soggioga? E quando sopprimi una sofferenza, metti da parte un'abitudine, raggiungi brevemente una vittoria su te stesso, questa forza ricca di vittorie, è la tua propria forza personale considerata in sé, o non piuttosto l'energia della volontà, il potere della moralità che si fa violentemente tua signora e ti realizza, con indignazione, contro te stesso e le tue debolezze individuali? L'essere umano non è nulla senza oggetto. Uomini grandi, esemplari - uomini tali da svelarci l'essenza dell'essere umano, confermano quest'affermazione con la loro vita. Avevano solo una dominante passione di fondo: la realizzazione del fine che era l'oggetto essenziale delle loro azioni. Ma un oggetto, a cui un soggetto si riferisce essenzialmente e necessariamente, non è nient'altro che l'essenza propria, ma oggettivata, del soggetto stesso.
Se questo è contemporaneamente oggetto comune a più individui uguali per specie ma diversi per modo [mettere meglio Art], allora esso sarà almeno in tutti i modi in cui è oggetto per questi individui, a seconda della loro diversità, della loro propria ma oggettivata essenza. Così il sole è l'oggetto comune dei pianeti, ma così com'è oggetto per Mercurio, per Venere, per Saturno e per Urano, non lo è per la Terra. Il sole, per come illumina e scalda Urano, non ha la stessa esistenza fisica per la terra ( solo un'esistenza astronomica, scientifica); e il sole non appare solo diversamente, esso è veramente un altro sole su Urano e sulla Terra.
Se questa distinzione tra l'individuo - una parola   sommamente indeterminata, ambigua nel significato e fuorviante, come naturalmente tutte le parole astratte - e l'amore, la ragione, la volontà, abbia origine nella natura o no, è completamente indifferente per l'argomento di questo scritto. La religione trae le forze, le peculiarità, le determinazioni dell'essenza dell'uomo, dall'uomo stesso,  e le divinizza come essenze autonome - è uguale se poi, come nel Politeismo, fa un'essenza di ognuna di esse presa singolarmente oppure se, come nel monoteismo, le racchiude tutte in una sola essenza. - perciò questa distinzione dev'essere compiuta anche nella definizione e riconduzione di queste essenze divine agli uomini. Tra l'altro, essa non si offre solo attraverso l'oggetto, ma è anche costituita linguisticamente e logicamente, che è una cosa sola, perché l'uomo si distingue dal suo spirito, dalla sua mente, dal suo cuore, come se fosse qualcosa anche senza di essi.
La relazione tra la Terra ed il sole è quindi allo stesso tempo un rapporto della Terra con se stessa, cioè con la propria essenza, perché la misura della grandezza e della forza della luce con la quale il sole è oggetto per la Terra, è la misura della distanza che costituisce la natura propria della Terra. Ogni pianeta quindi ha nel sole lo specchio della propria essenza.
Per mezzo dell'oggetto, dunque, l'uomo diventa cosciente a se stesso: la coscienza dell'oggetto è, per l'uomo, la coscienza di se stesso. Dall'oggetto riconosci l'uomo; da esso ti appare la sua essenza: l'oggetto è la sua essenza manifesta, il suo vero ed obiettivo io. E ciò non vale solo per gli oggetti spirituali, ma anche  per gli oggetti sensibili. Anche gli oggetti più distanti dall'essere umano sono, perché e in quanto suoi oggetti, manifestazioni dell'essenza umana. Anche la luna, anche il sole, anche le stelle, gridano all'uomo (conosci te stesso!). Che egli li veda e li veda così come li vede, è una testimonianza della sua propria essenza. La bestia è colpita solo dal raggio di luce necessario alla propria vita mentre l'uomo, lo è anche dalla luce indifferente della stella più lontana. Solo l'uomo ha gioie ed affetti puri, intellettuali e disinteressati - solo l'uomo festeggia fermezze di sguardo teoriche. L'occhio che guarda nel cielo eterno, che scorge anche la luce più innocua ed inutile, che non ha niente a che fare con la Terra e le sue necessità, scorge in questa luce la sua propria essenza, la propria origine. L'occhio è di natura celeste. E' per questo che l'uomo si solleva al di sopra della Terra solo con l'occhio, per questo la teoria inizia sempre con uno sguardo verso il cielo. I primi filosofi furono astronomi. Il cielo ricorda all'uomo il suo fato, che non è solo destinato a commerciare, ma anche ad osservare.
L'essenza assoluta, il dio dell'uomo è la sua stessa essenza. Il potere dell'oggetto su di lui è perciò il potere della sua essenza stessa. Così, il potere  dell'oggetto della sensazione è la sensazione, il potere dell'oggetto della ragione è il potere della ragione stessa, il potere dell'oggetto della volontà, la volontà. L'uomo la cui essenza è determinata dal suono, domina la sensazione, per lo meno la sensazione, che trova nel suono il suo elemento corrispondente. Ma non il suono in se stesso, solo quello pieno di contenuto, il suono pieno di senso e sentimento ha potere sul sentimento. Il sentimento è stabilito solo attraverso ciò che è pieno di sentimento, quindi attraverso se stesso e la propria essenza. Così pure la volontà e così pure la ragione. Quale che sia l'oggetto dal quale veniamo usati, ugualmente veniamo usati  sempre dalla nostra essenza; non possiamo agire su nient'altro senza agire su noi stessi. E siccome volere, sentire e pensare sono perfezioni, essenze, realtà, allora è impossibile che noi sentiamo o consideriamo la ragione con la ragione, la sensazione con la sensazione, la volontà con la volontà, come forze finite, limitate, da nulla. Finitezza e giustezza sono identiche; finitezza è solo un eufemismo per dire giustezza. Finitezza è l'espressione metafisica e teorica, giustezza quella patologica e pratica. Ciò che è finito per la ragione, è nullo per il cuore. Ma è impossibile che noi siamo coscienti della ragione, dell'amore e della volontà, come di forze finite, perché ogni perfezione, ogni forza ed essenza, è il diretto avveramento e rafforzamento di se stessa. Non si può né amare, né volere, né pensare, senza percepire queste azioni come perfezioni, non si può credere di essere un essere che ama, che vuole, che pensa, senza provare un'infinita gioia per questo. Essere coscienti è l'essere-l'oggetto-di-se-stessi di un essere, ma niente di particolare, niente di distinto da quell'essere, che è cosciente di se stesso. Altrimenti come si potrebbe essere coscienti di se stessi? è impossibile perché per una perfezione è impossibile essere cosciente di se stessa come un'imperfezione, provare quella sensazione come limitata, pensare il pensiero come limitato.
Essere coscienti significa agire su se stessi, affermare se stessi, amarsi, gioire per la propria perfezione. La coscienza di se stessi è il distintivo caratteristico di un essere perfetto; la coscienza è solo in un essere sazio e compiuto. La stessa vanità umana conferma questa verità. L'uomo guarda nello specchio e prova piacere per la propria immagine. La bella immagine è saziata in se stessa, prova necessariamente gioia per sé, si specchia necessariamente in se stessa. E' solo vanità, quando l'uomo dà uno sguardo amorevole alla propria immagine individuale, ma non quando ammira l'immagine dell'umanità sopra a tutto [überhaupt?]. Deve ammirarla; non può immaginarne una più bella e più sublime di quella umana.
Tra l'altro, ogni essere ama se stesso, il suo essere, e  deve amarlo. Esistere è un bene. Bacone dice che "Tutto ciò che è degno di esistenza è anche degno di conoscenza". Tutto ciò che è, ha valore, è un'essenza distinta; perciò afferma e sostiene sé stesso. Ma la forma più alta dell'affermazione di sé, la forma che è essa stessa una distinzione, una perfezione, una gioia, un bene, è la coscienza.
Ogni limitazione della ragione, o addirittura dell'essenza dell'essere umano, poggia su un inganno, un errore. Certo, l'individuo umano può e deve - qui risiede la sua differenza dall'animalità - sentirsi e riconoscersi come limitato; ma può avere coscienza dei suoi limiti e della sua finitezza solo perché ha come oggetto la perfezione e l'infinitezza della specie, sia essa intesa come oggetto della sensazione, della coscienza o della coscienza pensante. Se egli fa dei propri limiti i limiti della specie è perché incorre nell'errore di fare di se stesso e della propria specie una cosa sola, un errore legato molto intimamente con l'amor di comodo, la pigrizia, la vanità e l'egoismo dell'individuo. Infatti, un limite che io riconosco come limite solo mio, mi umilia, me ne vergogno e mi inquieta. Perciò, per liberarmi da questo sentimento di vergogna e da questa inquietudine, faccio dei miei limiti personali i limiti dell'umanità stessa. Ciò che mi è incomprensibile lo è anche agli altri, perché continuare a preoccuparmi? non è certo colpa mia, non dipende dalla mia intelligenza, dipende dall'intelligenza della specie stessa. Ma è un'illusione, un ridicolo ed empio vaneggiare il definire come limitato e finito ciò che attiene alla natura dell'uomo, l'essenza della specie, che è l'essenza assoluta dell'individuo. Ogni essere basta a se stesso. Nessun essere può negare se stesso o la propria essenza, nessun essere è in sé stesso limitato.  Ogni essere, invece, è in sé e per sé infinito, ha in sé stesso il proprio dio, il proprio essere sommo. Ogni limite di un essere esiste solo per un altro essere al di fuori e al di sopra di lui. La vita delle eferidi è estremamente breve in confronto a quella di altri esseri viventi ma per loro è così lunga come per altri una vita di anni. La foglia su cui vive il bruco è per lui un mondo, uno spazio infinito.
 

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dativo = per
mir ist es unwichtig = per me è irrilevante
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