Chi pensa che Lui sia l'uccisore e chi pensa che Lui sia
l'ucciso, tutti e due sono ignoranti.

Come un uomo abbandona i suoi vecchi vestiti e ne prende di
nuovi, così il sé abitante nel corpo abbandona i suoi
vecchi corpi e ne prende di nuovi.

Lui non feriscono l'armi, Lui non brucia il fuoco, Lui non
bagnano le acque, Lui non dissecca il vento.

Come miracolo uno lo vede, come miracolo un altro ne parla,
come miracolo un altro lo ascolta: ma, pur avendo ascoltato,
nessuno lo intende.

Inoltre, guardando al tuo proprio dovere non hai ragione di
tremare. Per un guerriero non c'è infatti cosa migliore di
un doveroso combattimento.

Felici, o Arjuna, i guerrieri che ottengono un combattimento
come questo, che capita così senza cercarlo e spalanca le
porte del cielo.

Ma se tu non vuoi combattere questa giusta battaglia, manchi
allora ai tuoi propri doveri e all'onore, ed incorri in un
grave peccato.

Vinto, otterrai il cielo: vittorioso godrai della terra.
Sorgi dunque, o Arjuna, risoluto a combattere.

Piacere e dolore, perdite e acquisti, vittoria e sconfitta,
tutte queste cose considerale uguali e accingiti a
combattere. Così sarai immune dal peccato.

Occupati solo dell'azione, non occuparti mai dei frutti. Non
essere mai spinto ad agire dal frutto delle tue azioni, né,
d'altro lato, abbi attaccamento per l'inazione.

Compi le tue azioni, o Arjuna, stando ben fermo nello yoga,
avendo abbandonato l'attaccamento. Sii uguale nel successo e
nell'insuccesso. Lo yoga, si dice, é uguaglianza.

Chi é così unito alla ragione, abbandona qui ambedue
queste cose, il male e il bene. Perciò consacrati allo
yoga. Lo yoga é l'abilità nelle azioni.

In un uomo che medita sugli oggetti dei sensi, nasce
attaccamento per essi, dall'attaccamento nasce il desiderio
e dal desiderio sorge l'ira,

dall'ira deriva l'offuscamento e dall'offuscamento la
turbata memoria, dalla turbata memoria la distruzione della
ragione e dalla distruzione della ragione l'ultima rovina.

Ma chi, signore del sé, si muove tra gli oggetti dei sensi
con sensi sgombri d'odio e d'amore, obbedienti al sé,
raggiunge una calma serenità;

Nel tempo in cui per tutti gli esseri é notte, in questo
veglia l'asceta signore di sé. Ma il tempo in cui gli
esseri vegliano, esso é notte per il savio veggente.

A quel modo che le acque entrano, riempiendolo, nel mare,
che resta immutato nel fondo, così colui dove entrano tutti
i desideri, consegue la pace, non colui che desidera i desideri.

Uno non ottiene la libertà dell'azione col semplice
astenersi da ogni attività, né con la mera rinuncia giunge
a perfezione.

Nessuno infatti, neanche per un solo istante, può rimanere
inattivo. Ognuno é in verità strascinato ad agire, contro
la sua stessa volontà, dai costituenti nati dalla natura.

Migliore di costui, o Arjuna, é chi, domando i sensi colla
mente, intraprende, distaccato, per mezzo dei sensi
d'azione, lo yoga dell'azione.

Compi l'azione che ti é prescritta. Meglio infatti l'azione
dell'inazione. Il sostentamento dello stesso tuo corpo
sarebbe impossibile, se tu rimanessi inattivo.

Sostentati così dal sacrificio, gli dei vi daranno, invero,
le cose desiderate. Ma chi gode dei loro doni, senza dar
nulla in cambio, questi é né più né meno un ladro.

Dal cibo nascono le creature, dalla pioggia nasce il cibo;
la pioggia nasce dal sacrificio ed il sacrificio nasce
dall'azione.

Chi non seconda qui questa ruota che così si rivolge, vive
una cattiva vita, gode dei piaceri dei sensi, e, così
facendo, vive invano, o Arjuna.

Meglio il nostro proprio dovere, benché imperfetto, che il
dovere altrui ben adempiuto. Meglio la morte
nell'adempimento del proprio dovere: fonte di paura é il
dovere altrui.
 

Colui che vede l'inazione nell'azione, e l'azione
nell'inazione, é, tra gli uomini, un savio, uno che
possiede lo yoga e compie interamente ogni azione.

Colui le cui opere son esenti dalle fantasie del desiderio,
costui, dicono i saggi, é un sapiente, che ha bruciato le
azioni col fuoco della conoscenza.

Contento qualunque cosa gli capiti, libero dalle coppie
degli opposti, privo di invidia, uguale nel successo e
nell'insuccesso   costui, pur agendo, non si lega.

La conoscenza la trova chi é pieno di fede, e che, dedito
ad essa, tiene bene a freno i suoi sensi. E ottenuta che sia
la conoscenza, raggiunge in breve la pace suprema.

L'ignorante, chi manca di fede, chi é preso da dubbi é
destinato a perire. Non questo mondo, non quell'altro, non
la felicità sono per l'uomo che dubita.

Chi, signore di sé, ha rinunciato alle azioni collo yoga ed
ha reciso il dubbio colla conoscenza, non é legato dalle
azioni, o Arjuna.

Quindi, colla spada della conoscenza, recidi questo dubbio
che ti siede nel cuore, nato dall'ignoranza. Pratica lo yoga
e sorgi, o Arjuna!

La rinuncia e lo yoga dell'azione conducono ambedue al sommo
bene. Ma dei due, lo yoga dell'azione é meglio della
rinuncia all'azione.

La conoscenza é avviluppata dall'ignoranza e da essa le
creature sono offuscate.

In alcuni però l'ignoranza é distrutta dalla conoscenza
del sé. In costoro la conoscenza illumina, come un sole, la
realtà suprema.

Colui che compie l'azione da farsi senza riporre speranza
alcuna nel frutto, costui é rinunciatore e uno yoghin,
senza, per questo, essere privo di fuoco e di azioni.

Il savio deve sollevare il sé con il sé, non deprimerlo.
Il sé é in verità il solo amico del sé, il sé é in
verità il solo nemico del sé.

Il sé é un amico del sé per chi ha vinto il sé con il
sé, ma, per chi non ha vinto il sé, il sé si comporta
come un nemico.

Il supremo sé di colui che ha vinto il sé ed ha raggiunto
la pace si trova in uno stato di eguale concentrazione nel
freddo come nel caldo, nel piacere come nel dolore,
nell'onore come nel disonore.
 

Quello stato in cui il pensiero, tenuto a freno
dall'osservanza dello yoga, trova riposo; in cui uno,
vedendo il sé con il sé, si rallegra nel sé;

in cui si conosce quella suprema felicità, trascendente ai
sensi e percepibile solo alla ragione; in cui riposando non
ci si muove dalla realtà;

quello stato acquistato il quale non si pensa possibile
altro acquisto maggiore; quello stato stando nel quale non
si é scossi neppure da un intenso dolore;

questo stato, giova sapere, é il cosiddetto yoga,
consistente in una separazione dall'unione col dolore. Tale
yoga dev'essere risolutamente esercitato, e, chi lo
esercita, deve avere un pensiero esente da disgusto.

Chi é concentrato nello yoga guarda collo stesso occhio
ogni cosa, vede come il suo proprio sé é in tutti gli
esseri e come tutti gli esseri sono nel proprio sé.

Chi vede me in tutte le cose e tutte le cose in me, per
costui io non sono perduto, per me egli non é perduto.

O Arjuna, un uomo siffatto non perisce né in questo né
nell'altro mondo. Nessuno infatti che compie opere meritorie
va per cattivi cammini.

Molti, cui questo o quel desiderio ha sottratto la
conoscenza, prendono rifugio in altre divinità, basandosi
su varie esterne osservanze, secondo che li porta la loro natura.

Gli stolti ritengono che io, che sono immanifesto, abbia poi
assunto una forma manifesta; e così ritenendo, non
conoscono la mia natura suprema, indefettibile, senza superiore.

Io sono evidente a tutti, occultato come sono dall'illusione
e dal suo potere. Questo mondo, offuscato non mi conosce,
me, l'innato, l'indefettibile.

Le persone che conoscono come il giorno di Brahma duri mille
età e come la sua notte sia parimenti di mille età,
conoscono il giorno e la notte.

Per quanto uno sia peccatore, basta che sia a me ed a
nessun altro devoto, ed ecco può esser considerato un
savio, poiché ha scelto la strada giusta.

Ma di che utilità ti può essere la conoscenza di tutte
queste cose, o Arjuna? Tutto quest'universo io, immobile, lo
reggo con un solo frammento di me.

Vedendo dovunque lo stesso Signore, ugualmente risiedente,
costui non offende se stesso con se stesso e così giunge al
cammino supremo.