O quante sono incantatrici, oh quanti incantator tra noi,
che non si sanno!
Con simulazion, menzogne e frodi
legano i cor d’indissolubil nodi.

Chi va lontan da la sua patria, vede
cose, da quel che già credea, lontane;
che narrandole poi, non se gli crede,
e stimato bugiardo ne rimane:
per questo so che l’inesperienza
farà al mio canto dar poca credenza.


Nel tempo ch'era nuovo il mondo ancora
e che inesperta era la gente prima
e non eran l'astuzie che sono ora,

a piè d'un alto monte, la cui cima
parea toccassi il cielo, un popul, quale
non so mostrar, vivea ne la val ima;

che più volte osservando la inequale
luna, or con corna or senza, or piena or scema,
girar il cielo al corso naturale;

e credendo poter da la suprema
parte del monte giungervi, e vederla
come si accresca e come in sé si prema;

chi con canestro e chi con sacco per la
montagna cominciar correr in su,
ingordi tutti a gara di volerla.

Vedendo poi non esser giunti più
vicini a lei, cadeano a terra lassi,
bramando in van d'esser rimasi giù.

Quei ch'alti li vedean dai poggi bassi,
credendo che toccassero la luna,
dietro venian con frettolosi passi.

Questo monte è la ruota di Fortuna,
ne la cui cima il volgo ignaro pensa
ch'ogni quïete sia, né ve n'è alcuna.